L’abuso psicologico si verifica perlopiù quando c’è una relazione in cui uno dei due componenti è in una condizione di dipendenza.

Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la coppia uomo-donna legata da una relazione d’amore o pseudo tale, ma si può trattare anche di una relazione tra dipendente e capo/datore di lavoro oppure tra un genitore e un figlio.

Si tratta di un tipo di relazione in cui il ‘riconoscimento’ del valore della propria persona da parte dell’altro, ha un ruolo fondamentale; come sappiamo infatti l’apprezzamento e il riconoscimento oppure il suo contrario, la critica e la svalutazione da parte di persone che sono un riferimento, incide notevolmente sulla costruzione dell’identità ovvero sull’idea che abbiamo di noi.

L’abuso psicologico è molto più sottile dell’abuso fisico; non lascia i segni concreti delle percosse sùbite; per questo motivo è meno dimostrabile ed è più difficile da provare anche in sede legale, eppure gli effetti nel tempo possono essere devastanti. Spesso la vergogna è un ostacolo che impedisce di confidarsi apertamente.

La critica continua e la svalutazione finiscono per  mettere in crisi la sicurezza personale rispetto a ciò che si sente e si pensa; a volte addirittura a ciò che si ‘percepisce’. ‘No, guarda…che dici? Non è così…sei sempre la solita’ i commenti dell’altro insinuano continuamente dubbi sul proprio agire.

L’abusante psicologico di solito agisce in maniera manipolatoria poco riconoscibile, soprattutto inizialmente; si presenta disponibile, accogliente, attento alle necessità dell’altro. Gradualmente si rende utile quasi indispensabile, salvo poi iniziare a mettere in atto comportamenti che stridono con l’accoglienza iniziale; piccoli ricatti; prese di posizione critiche irragionevoli, senza possibilità di dialogo e cambiamento.

La ‘vittima’ inizia ad avvertire paura: di sbagliare, di danneggiare l’altro o sè stesso per la propria inadeguatezza come gli viene continuamente rinfacciato. Il senso di colpa è quasi sempre presente; si sente incapace e si affida all’altro per comprendere come orientarsi correttamente ma così facendo, si ‘perde’. Se la relazione non cambia, la vittima  può arrivare a stare malissimo; perché si annulla e non ha più credibilità nei propri stessi confronti.

Che fare per aiutare una persona in tale condizione? E’ una situazione molto delicata in cui la stessa fiducia nell’altro è stata distrutta. In una prima fase l’aiuto migliore è l’ascolto non giudicante e accogliente, in modo che la  sofferenza non sia più qualcosa di stagnante e corrosivo nel mondo interno della vittima. Poi è necessario andare nella direzione di sostenere l’autoefficacia e la possibilità di poter arrivare a scegliere diversamente per sé, di tornare a dare valore a ciò che si sente. L’errore da evitare è quello di riflettere con il proprio sguardo e parole, solo l’identità di vittima, perché questo inchioda la persona in quel ruolo e la condanna inconsapevolmente alla ripetitività, come già Freud negli studi sul trauma ci ha così acutamente insegnato.