Crisi di mezz’età: trovare il nostro baricentro

Ne parlava già Dante nel lontano 1300 utilizzando l’immagine azzeccatissima della ‘selva oscura…in mezzo al cammin di nostra vita’ per raccontarci della sua sensazione di smarrimento e confusione, in un periodo in cui aveva perso i riferimenti politici, sociali e religiosi della sua esistenza.

Noi oggi diremmo che Dante all’epoca era molto giovane (si stima che avesse circa 35 anni) ma aldilà della datazione anagrafica della crisi, a me interessa l’aspetto esistenziale e psicologico; mi riferisco ad un momento di cambiamento evolutivo che riguarda molti di noi ‘umani’ sia pure di otto secoli dopo.

Può avvenire a quaranta come a cinquanta o sessant’anni. Gli obiettivi che si sono perseguiti da giovani, famiglia, lavoro, benessere economico sono meno impellenti anzi un po’ annebbiati. Forse il partner di una vita ci è venuto a noia, perché con lui o lei viviamo una routine nota, poco gratificante. Quel progetto nel cassetto che ci faceva entusiasmare, nel cassetto è rimasto ma ora non può più aspettare. E quell’ultimo compleanno, ‘a cifra tonda’ suona come un’ allarme prima che i giochi siano definitivamente fatti…

Una specie di ‘si salvi chi può’ interiore a cui molte persone rispondono tornando un po’ adolescenti. Lo vedo spesso in alcuni strani comportamenti maschili che ad esempio improvvisamente diventano automobilisti sportivi quando poche settimane prima guidavano la stessa berlina familiare da vent’anni senza fiatare. Si iscrivono in palestra, fanno tardi con gli amici, sono attivissimi sui social e a volte iniziano a frequentare donne più giovani. Anche più di una… Non di rado mandano all’aria matrimoni ventennali e stravolgono il rapporto con i figli, che increduli non riconoscono più il genitore.

A quale pressione interna stanno reagendo? Si perché osservandoli, si ha l’impressione che alla base di questi comportamenti non ci sia un pensiero su di sé o una vera e propria scelta, ma una ‘corsa’ per mettere a tacere l’horror vacui che avvertono dentro.

Anche le donne non sono da meno seppur le modalità mi sembrano molto diverse: sono più consapevoli del passare del tempo, anche perché da sempre sono abituate ai segnali che provengono dal loro corpo: mestruazioni, fertilità, gravidanza, menopausa…. Ho la sensazione che la percezione del cambiamento legato al tempo che passa sia più costante e presente.

Mi ha molto colpito il dato di una ricerca sulla sessualità nelle donne di cinquant’anni che sottolineava il dato del 38% come percentuale di tradimenti. Una percentuale molto alta che di nuovo ci segnala il desiderio di trovare una nuova vitalità, di sentirsi femminili, dopo molti anni spesi al servizio degli altri (figli, marito, genitori anziani, lavoro…) e da cui oggi non si considerano apprezzate.

Con il mio lavoro però, ho la possibilità di osservare questo fenomeno un po’ più in profondità e quando si gratta sotto la superficie, compare un profondo senso di incertezza dovuto al cambiamento di rotta attuale: le scelte fatte molti anni prima non sono più ‘vive’, sentite ma contemporaneamente non si trova un nuovo e radicato orientamento che traghetti verso il futuro. E per quanto lo si desideri, anzi quasi lo si pretenda da sé stessi, se si ha fretta di cambiare le soluzioni non potranno essere soddisfacenti e radicate nel profondo di noi.

Poi c’è la paura, che come sappiamo è una pessima consigliera: chiudere una relazione arrivata a fine corsa, cambiare lavoro o altro può essere destabilizzante e bloccarci in strategie difensive che evitano qualsiasi autentico lavoro interiore. Ma anche non scegliere è una ‘scelta’, quella di stare fermi e di non vivere pienamente la propria vita. Per inciso: ‘stare fermi’ è un’illusione in cui ci culliamo perché in realtà tutto cambia intorno a noi (oltre che noi stessi, naturalmente); come un bambino spaventato, rinunciamo ad usare il nostro potere, affidandoci illusoriamente ad un non meglio identificato destino.

Queste crisi evolutive spesso sono accompagnate da sintomi di vario tipo, come inconsuete forme depressive, disturbi psicosomatici (tensioni muscolari, gastriti), ansia, sbalzi d’umore. I sintomi non vanno tacitati con i farmaci, sono segnali da interpretare perché hanno la funzione di attirare l’attenzione sul nostro conflitto interiore.

Uno psicoterapeuta ‘navigato’, che in prima persona sia già transitato dalla ‘notte oscura dell’anima’, per dirla con S. Giovanni della Croce, può essere una risorsa preziosissima. Sono dell’idea che per essere un bravo psicologo ci si debba innanzitutto immergere appieno nella vita e vivere sulla propria pelle i cambiamenti che ci richiede, per poter poi essere d’aiuto agli altri.

Jung parlava di ‘processo di individuazione personale’ per definire questo lavorìo interno di cambiamento della personalità, che prevede la progressiva conoscenza delle parti in ombra (nascoste), l’abbandono delle maschere sociali in cui ci siamo identificati (il manager efficiente, la madre perfetta ecc.) e che abbiamo finito per confondere con noi stessi; e la re-integrazione di parti autentiche del passato, i famosi talenti rimasti inespressi o poco sviluppati. Nella seconda parte della vita, come alleati possiamo contare sull’esperienza di vita e una certa conoscenza di noi da cui partire.

Un ancoraggio personale sicuro verso il futuro, lo si costruisce grazie ad un lavoro in profondità su di sé cosa che richiede un po’ di tempo e pazienza per transitare da territori noti ma stantii alla soddisfazione di una scelta autentica che oggi ci corrisponda e accenda un nuovo entusiasmo vitale.