volentieri donerei la mia vita a chi desidera stare in questo mondo…”

Chiamerò Monica questa donna di 40 anni che ho conosciuto un mese fa circa, nel mio studio e che si esprimeva in maniera drammatica con un filo di voce; aveva lasciato l’ospedale da poco a seguito di un atto fortemente auto lesivo, che qualcuno definiva ‘tentato suicidio’ pur se non di quelli estremi che non lasciano scampo. Senza andare troppo per il sottile era chiaro che Monica portava dentro una sofferenza enorme;  quel gesto era un grido d’aiuto che chiedeva di essere ascoltato.

Si era sentita accolta in ospedale nel reparto psichiatrico; protetta dai medici, tranquillizzata dagli psicofarmaci, come una rifugiata in un mondo ‘a parte’, ovattato; aveva potuto riprendere le forze prima di rimettersi in cammino. Un cammino esistenziale. Ma fosse stato per lei, non sarebbe uscita da lì.

“Mi hanno detto di venire da lei…ma sono impegnata nel lavoro, nello sport non so se potrò tornare”. Qualcuno aveva insistito affinchè mi incontrasse, ma lei non era affatto convinta: “devo farcela da sola, è assurdo farsi aiutare” una convinzione che le accollava tutta la fatica e la segregava in un mondo di solitudine.

“Mi racconta di lei?” dico io “Ho una vita piena di impegni, mi aiuta anche a non pensare, ma mi costa una fatica immane…in realtà sto bene solo quando sono lontano” e piano piano viene fuori la descrizione di un rapporto inscindibile forse soffocante con la madre, di un aborto giovanile scelto superficialmente ma mai accettato, di un lavoro che fa ma che non le corrisponde e di un profondo senso di impotenza nel cambiamento.

Monica sta provando ad andare lontano, a separarsi dal suo passato ma è bloccata da qualcosa. La mancanza di ‘senso cosmico, esistenziale’ esprime l’impossibilità di muoversi più liberamente per costruire una vita più sentita. Questa stagnazione la dilania interiormente ma non la smuove.

Quando l’ora del nostro incontro si conclude, prima di accompagnarla alla porta, le chiedo di darci tempo, per conoscerci un po’ di più, per capire se la posso accompagnare nella crescita, nella costruzione di un senso personale più autentico.

Mi sorride sorniona: “ Le faccio sapere, ci penserò…Ma come le ho detto sono molto impegnata” E’ passato un mese da allora e di lei nessuna traccia; ma io spero ancora che il ricordo del nostro ‘buon incontro’ prima o poi la spinga a chiamarmi, a credere nella forza di un’alleanza possibile.