La relazione affettiva cambia nel tempo e noi con essa

Relazione AffettivaFacciamo ‘il punto’ su di noi

Non culliamoci nella fantasia adolescenziale del partner ideale ed evitiamo il confronto con il compagno/a altrui. Per capire se il nostro partner va bene per noi dobbiamo chiarire a noi stessi cosa vogliamo dall’altro, di cosa abbiamo bisogno per stare bene con lui/lei.

Invece siamo molto concentrati sull’altro, sulle sue reazioni o mancanze, insomma su come dovrebbe essere secondo noi; a volte è opportuno fare un passo indietro per comprendere una situazione che si è fatta confusa e per farlo dobbiamo metterci noi al centro dell’attenzione. Come? Divenendo più consapevoli di come siamo cambiati nel tempo, di ciò che sentiamo per cercare un nuovo equilibrio più rispondente all’attualità.

La coppia è cambiamento

Io considero la coppia come un organismo ‘vivo’, non come qualcosa di stabilito una volta per tutte ; è qualcosa di dinamico che muta a causa dell’impatto con gli eventi esterni – nascita di figli, lavoro, invecchiamento ecc.- ed interni cioè consapevolezza dei partner nel senso di attenzione all’altro e cura della qualità della condivisione.

Dare per scontato e acquisito un rapporto, come se l’altro ci appartenesse scatena una condizione che definirei ‘claustrofobica’. Intendo dire che ci si sente ‘chiusi dentro ’una relazione come se fosse una prigione e questa falsa garanzia a vita costringe il partner a farsi andare bene ciò che assolutamente bene non va, oltre a non essere un incentivo al cambiamento.

Questa situazione prende la forma di uno stato psicologico di sofferenza perché chi è dentro questo sistema non vede vie d’uscita. Molte depressioni velate o malattie somatiche vere e proprie sono espressione di tale malessere. La cosa si fa ancora più difficile da affrontare perché spesso non si hanno le idee chiare rispetto a ciò che si sente o si vuole dall’altro. C’è uno stato di inconsapevole confusione interiore ma invece di prenderne atto iniziando ad osservare e analizzare, si agisce disordinatamente. Ad esempio ‘infilandosi’ in relazioni improbabili o lanciandosi in mille imprese in maniera maniacale (mi riferisco a quelle persone che ad esempio si sfiniscono con gli allenamenti, lavorano ininterrottamente, bevono, fanno mille cose..)

Quante volte ad esempio ho incontrato donne che soffrivano di una profonda disistima nei propri confronti, negando risorse e capacità perché in realtà non riuscivano a chiudere o a modificare una relazione ormai divenuta sterile.

Assumersi la responsabilità 

Anche su questo però è necessario riflettere: perché crogiolarsi nel dispiacere e nel senso di impotenza è un modo per difendersi dalla responsabilità del cambiamento e dalla fatica che questo comporta. Il bambino piccolo che è in noi prende il sopravvento e resta fermo, emotivamente sovrastato, proiettando ogni colpa all’esterno (di solito sull’altro o sulle circostanze esterne di vita).

Chi ha un vissuto difficile alle spalle ovvero chi proviene da una famiglia d’origine che per mille motivi non l’ha aiutato a costruire un senso di sicurezza interna, potrà trovarsi ad affrontare la paura di non farcela a stare al mondo da solo, perché al partner ha attribuito un ruolo di sostegno, disconoscendo la propria autoefficacia. A sua volta il partner che funge da sostegno si potrà sentire forte e gratificato ma con il tempo anche schiacciato da eccessive richieste e aspettative.

Siamo insomma di fronte ad una complessità che ha a che fare con la dinamica dell’evoluzione personale, che per definizione è costante movimento. Sta a noi rendere quel movimento crescita, benessere e ampliamento degli orizzonti dell’esperienza perché senza l’impegno e la cura, di noi e dell’altro, la comunicazione si fa inefficace e la ripetizione di alcune modalità di comportamento diventa un meccanismo inceppato.

E con essa compare la noia e la mancanza di piacere nella condivisione. Quante situazioni di ‘demotivazione’ sessuale sono dovute alla scarsa comunicazione tra i partner e alla sensazione di estraneità conseguente!

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